Nel mondo ipercinetico, affannato e, come cantavano i CCCP, in perenne evoluzione, la differenza tra l’immateriale che respiriamo tutti i giorni e il nostro piccolo, concreto divenire è la nostra appartenenza al luogo dove si vive.

I pubblicitari la chiamano la riscoperta del local. Ed è quello che ci salverà. Le radici, viste non in una visione nostalgica e conservatrice, ma nobilitate e difese.

La Tamanta ne è un esempio. Nel dialetto della zona di Foligno (dove ora vivo), indica un taglio particolare del maiale, in sezione trasversale, che unisce in un pezzo unico la bistecca e la costata. In particolare sono novecento grammi (dose minima) di ossa, muscolo e adipe, cotti alla brace e serviti ancora sfrigolanti.

tamanta

Ma non è solo carne.

La Tamanta è un modo di vivere, uno stato d’animo nel quale mi ritrovo.

Già la parola stessa riempie la bocca, agita i nostri occhi, mette in moto i nostri umori, i nostri istinti di pancia.

La Tamanta è grasso, carne, calore. Rappresenta l’essenza del nostro essere, la sua (appunto) radice, è il nostro rapporto ancestrale con un passato vissuto dai nostri padri o dai nostri nonni, la nostra eredità.

La Tamanta è passione. Ed è la passione che ci fa muovere.

Come non gli si può voler bene?

 

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